Lunedì citazionisti #67
panna zabaione cioccolato
I tre gusti scelti da Caterina e Luna, quelli che si vedono colare dai loro coni
La clip è tratta da Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, film basato su un racconto di Sergio Atzeni.
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I tre gusti scelti da Caterina e Luna, quelli che si vedono colare dai loro coni
La clip è tratta da Bellas Mariposas di Salvatore Mereu, film basato su un racconto di Sergio Atzeni.
È un contributo prezioso. Tra di noi c’è un risvolto un po’ snob, consiste nel darci ancora del lei, dopo quasi trent’anni che ci conosciamo. Una convenzione un po’ scherzosa, ma secondo me un lei è più affettuoso del tu. Mi spiego: il tu sarebbe ovvio, banale, perché è troppo usato. Ormai ti ferma un vigile per strada e ti dà del tu, infatti io mi incazzo sempre, ma chi ti conosce? È come si ci fossimo chiesti cosa ci fosse al di là del tu, e poiché non c’era niente, abbiamo continuato a darci del lei.
Mi sono ripromesso di non citare libri che non ho ancora finito di leggere, eppure eccomi qui mentre riporto le parole di Carlo Alberto Pinelli contenute in Point Lenana di Wu Ming 1 & Roberto Santachiara.
Mancano all’appello un centinaio di pagine, però avvertivo la necessità di ricordare un pizzico della preziosità di Stefania Marx Benuzzi, scomparsa domenica scorsa.
Avevo dimenticato Diego Capusotto.
L’ho riscoperto grazie a lavaca e all’intervista contenuta nell’ultima puntata di Decí Mu. Non ricordavo las pelotudeces argentine e quei magnifici nomi (Ernesto Bajoni, Pepeu Palala, Jesus de Laferrere, Jorge Meconio, los Marrone… Violencia Rivas).
Oggi ho visto Alì.
Non ho riconosciuto subito il suo sguardo, serviva l’aiuto di un’amica:
«ha le lenti a contatto azzurre».
La prima volta che l’ho vista - sì, questo giro Alì era una ragazza - stava lì, dietro una macchina. Ballava pressoché da ferma con in mano una banconota da cinquanta euro (arrotolata, a ricordarci che il denaro non è nient’affatto un fine). In questo primo incontro ho pensato che non era il caso di scattare una foto. Dopo, una volta sentito il commento già citato e avendo quindi compreso al cospetto di chi mi trovavo, non sono stato capace di fotografarla. Proprio così.
E poi Alì in bianco e nero non riesco a immaginarla, immaginarlo.
- Perché non gli ha mai scritto?
- Avevamo deciso di separarci. Questa separazione doveva essere totale. Una frontiera non bastava, ci voleva anche il silenzio.
- Però è tornato. Perché?
- La prova è durata abbastanza. Sono stanco e malato, voglio rivedere Lucas.
- Sa bene che non lo rivedrà.
Da un dialogo, a pagina 260, de La Prova, il secondo libro de La Trilogia della Città di K. di Agota Kristof.
Alla fine delle due ore ci scambiamo i fogli; ciascuno corregge gli errori di ortografia dell’altro con l’aiuto del dizionario e, in fondo alla pagina, scrive: Bene o Non Bene. Se è Non Bene gettiamo il tema nel fuoco e cerchiamo di trattare lo stesso argomento nella lezione seguente. Se è Bene, possiamo ricopiare il tema nel Grande Quaderno.
Per decidere se è Bene o Non Bene, abbiamo una regola molto semplice: il tema deve essere vero. Dobbiamo descrivere ciò che vediamo, ciò che sentiamo, ciò che facciamo.
Ad esempio, è proibito scrivere: «Nonna somiglia a una strega»; ma è permesso scrivere: «La gente chiama Nonna la Strega».
È proibito scrivere: «La Piccola Città è bella», perché la Piccola Città può essere bella per noi e brutta per qualcun altro.
Allo stesso modo, se scriviamo: «L’attendente è gentile», non è una verità, perché l’attendente può essere capace di cattiverie che noi ignoriamo. Quindi scriveremo semplicemente: «L’attendente ci regala delle coperte».
Scriveremo: «Noi mangiamo molte noci», e non: «Amiamo le noci», perché il verbo amare non è un verbo sicuro, manca di precisione e di obiettività. «Amare le noci» e «amare nostra madre», non può voler dire la stessa cosa. La prima formula designa un gusto gradevole in bocca, e la seconda un sentimento.
Le parole che definiscono i sentimenti sono molto vaghe; è meglio evitare il loro impiego e attenersi alla descrizione degli oggetti, degli esseri umani e di se stessi, vale a dire alla descrizione fedele dei fatti.
Dalle pagine 26 e 27 de Il Grande Quaderno, il primo libro della Trilogia della Città di K. di Agota Kristof.
e allora tutta la stanchezza di portare per lui la sua storia non è come il vuoto né tantomeno come il nulla, non la morte, non il niente, è come una sedia a dondolo con il vimini che scricchiola mentre la sedia oscilla, è qualcosa di calmo e dolce come vedere le stelle una sera d’estate e sentire le rane del ruscello vicino, è come la cerniera lampo della tenda - ti ricordi? le vacanze, Noirmoutier, le prime ragazze a seno nudo che seguivate sotto i pini e tutti i ricordi che fanno riaffiorare vampate di colori, l’azzurro del cielo, il grigio dell’acqua e l’acqua salata sulle labbra, te lo ricordi?
Parte del flusso di Storia di un oblio di Laurent Mauvignier (dalle pagine 52 e 53).
JEK. LUZ. KGB…
Abbasso lo sguardo, ritorno al libro che ho sulle gambe e che non riesco più a leggere. Si è fatta notte e ormai posso decifrare solo la sfilza di tag che popolano il muro dello scalo ferroviario.
Alcune delle ultime striscie lette riguardavano altri tag (& graffiti) e un altro muro. Lo stesso muro su cui Gibreel ha scritto il suo nome.

Come al solito ho fatto caciara, forse conviene riavvolgere il nastro.
***
Giovedì scorso avevo pubblicato un post su Eyal Sivan e lo stesso giorno ero andato a prendere Route 181. Frammenti di un viaggio in Palestina-Israele, documentario realizzato dallo stesso Sivan insieme a Michel Khleifi. I due hanno percorso Palestina e Israele nel 2002 (il cofanetto è uscito nel 2004) da sud a nord, seguendo la linea di demarcazione che dovrebbe dividere i due futuri paesi (sì, la Palestina non è ancora uno stato: attualmente, e soltanto dalla fine del 2012, è uno “stato osservatore”). Ho iniziato a guardare il documentario e mi sono fermato arenato sul primo dvd, quello del sud. Sarà che avrò sbagliato orario (vederlo all’una di notte non è stata una buona idea), ma non ne sono venuto fuori. E poi era tutto troppo distante: nel 2002 c’erano ancora Arafat e Sharon (oddio, quest’ultimo c’è ancora. Dicono). E invece non c’era il muro.
Total, ho rimandato la visione, rimanendo comunque in quei territori.
Son passato a 5 Broken Cameras.
Per quanto ne so non è ancora uscito in Italia (e chissà se succederà), sta di fatto che era in lizza per l’Oscar nella sezione documentari.
[Breve nota a margine: a quanto pare quest’anno Hollywood aveva rivolto il suo sguardo a tematiche decisamente dure: AIDS, Shin Bet, esercito&molestie sessuali… ehm, poi ha vinto questo]
5 Broken Cameras è la storia di Emad, abitante di Bil’in e - ormai - cineasta, che racconta la resistenza del suo villaggio, della sua famiglia e dei suoi amici.
Non risparmia nulla, neanche se stesso. Riesce a far percepire la gravità della situazione, e in qualche modo anche a farla rivivere allo spettatore. Perlomeno con me è andata così.
Parlandone a un amico sostenevo che Emad adotta l’unica formula efficace, o quantomeno una delle poche, per affrontare una tematica difficile come il conflitto tra Israele e Palestina e arrivare a un pubblico più o meno vasto (vedi la candidatura all’Oscar). Quella formula è il racconto in prima persona (sì, lo stesso che ogni tanto mi fa perdere la pazienza).
A volte può sembrare che l’autore del documentario giochi sporco (l’uso, o abuso, delle immagini dei figli e in particolare del più piccolo, Gibreel), però la struttura tiene. Non credo sia il caso di dire che, considerando la posta in gioco, avrebbe potuto giocare sporco (col caz’). Piuttosto la narrazione funziona, tutto qui (fosse poco).
***
E le strisce? Ah le strisce a cui mi riferivo in apertura sono quelle di Guy Delisle, autore di Cronache di Gerusalemme. Ancora prima persona, ma questa volta di un outsider (un canadese a Gerusalemme). E sempre dalle stesse terre arrivano i Jerusalem In My Heart.

Ah, le terre non sono quelle della città santa, son quelle canadesi.
Il cuore però sta da altre parti, no?